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Giorni di corse e di attese

by Paola Cortazzo

E’ domenica. Mi sveglio un po’ più tardi, qualche messaggio su WhatsApp e saluto le mamme del gruppo. Poi vado a messa. Andiamo, io e mio marito, e con noi viene anche Martina. Si va a fare colazione e lui mi prende un caffè macchiato invece del cappuccio, un errore che non pagherà… sono appena uscita da messa.
Passo dal super, si è vero, non ci vado mai la domenica, per principio, ma oggi è proprio necessario. Questa volta è differente. Mancano quelle due cose per il borsone di Matteo … no, non parte per una vacanza. Andrà in ospedale. E mi ha chiesto i suoi biscotti preferiti. Lui non può andare, così lo facciamo noi.

Torniamo e, le bambine e Matteo ci stanno aspettando per la colazione.
Mamma, ti ricordi??? Dobbiamo fare il tiramisù!!!” “Certo Manu, la mamma ha appena comprato il mascarpone”.

Martina, Manuela e Matilde si mettono a preparare il tiramisù. Io devo mettere su il ragù, quello della domenica, e poi lavare la maglietta termica di Massimo, che poi andrà a giocare. Ma prima devo finire col preparare le cose del borsone di Matteo, domani si opera. Eh si, ma devo lavare le lenzuola che ho cambiato ieri, e cambiare quelle dei ragazzi, il loro giorno è oggi, ma sta settimana si sono confusi i giorni. O forse li ho confusi io. Ah ecco, devo passare i bagni. “Bimbe usate il bagno giù, qui c’è la candeggina” “ .. ma mammaaaa, me la faccio addossoooooo

 Arriva l’ora di pranzo e ci sediamo a mangiare. Nell’altra stanza, è accesa la tv sul canale della musica, sentiamo iniziare quella canzone, quella che ballavano in spiaggia tutte le mattine, e anche i pomeriggi. E ci viene voglia di ballare. Arriva il momento di mangiare il tiramisù. E subito dopo. La maglietta di Massimo è pronta. Infilo in lavatrice il terzo giro di lenzuola e piego quelle già asciutte. Chiedo a Matteo … “ … visto che tu non puoi uscire, te la senti di stare con le piccole, io andrei a vedere Massimo” “Certo mamma”.

Mi faccio una doccia. E arrivo giusto in tempo, appena l’arbitro fischia l’inizio. Così mi ritrovo seduta, abbastanza isolata, a guardare Massimo, e nel frattempo penso che … Martina è ad una festa. Matteo è a casa che costruisce api di cartone con le sue sorelline e poi penso a me, che appena torno a casa dovrò mettere sul tavolino dell’ingresso le borracce delle piccole, quelle per la scuola, altrimenti domani le dimenticherò. Rimettere le lenzuola ai ragazzi. Lavare le piccole (con tanto di controllo in testa) e … ah si, il borsone di Matteo.

Non so se lo avete capito. Ma nel borsone vorrei metterci più del necessario. Anche cose che non ci stanno.

È un intervento di routine. Così lo hanno chiamato e un po’ ci credo che sia così. Non credo di essere spaventata. O forse non da questo. Quello che mi spaventa e che un po’ mi infastidisce è altro.
È quella supponenza con cui un medico, anni fa, ha sottovalutato … anzi direi ha “non visto” l’esistenza di un problema. È l’essermi affidata a chi ne sapeva di più, per poi capire che non ne sapeva nulla. È vedere una porta chiusa e il non poter entrare. È l’impotenza che sento nel non poter stare vicino a Matteo in un momento in cui vorrei esserci. È il dover affidare mio figlio a chi si deve occupare di lui, sperando (perché è l’unica cosa che posso fare) che sia in grado di farlo. È il non voler apparire quella mamma rompi***** che qualche volta bisognerebbe essere … o forse è solo il dispiacere che provo a saperlo da solo in un letto di ospedale, sicuramente dolorante, e non potergli stare accanto. 

Pensieri che tengo solo dentro di me, o almeno penso di riuscire a farlo. Martina sta riempiendo il barattolo del sale, che è vuoto e che nessuno aveva pensato di riempire. A me serve il sale. E mi serve subito. Sto cucinando tre tipi di uova nello stesso momento e non ho tempo di riempire il barattolo del sale. Ma Martina mi guarda, prende il barattolo e il sale: “Mamma. Lo riempio io”. Bel gesto Martina. Grazie per darmi il tuo supporto con un gesto che può apparire banale. Mi sa che tu, Martina, riesci a vedere quelle sensazioni non troppo facili e felici che mi stanno attraversando. Anche se non le dico.

Eccoci a lunedì. Bisogna fare presto. Non possiamo arrivare tardi. Matteo si ricovera. Sono le nove e dobbiamo riuscire ad essere tra i primi a metterci in fila a scuola con le piccole, per entrare. Arriviamo e nessuno dei genitori arrivati prima di noi è in fila. Allora chiedo: “Scusate, ma voi non siete in fila per entrare???” Ecco che allora ognuno prende posto scegliendo un numero e poi c’è una signora che si mette tra me e le persone arrivate prima di me: “Lei signora dovrebbe mettersi in fila come tutti gli altri!” e lei prende il suo posto dietro di me.

Quel mio tono secco e distaccato mi ha fatto sentire come una persona da non voler incontrare.

Forse in una comunissima giornata come tante altre, avrei fatto notare a quella signora che c’era una fila da fare e da rispettare, con maniere che mi appartengono di più. Non sono stata sgarbata, ma distaccata come non mi piace essere.

Sentivo molto di più i miei pensieri rispetto a quelli di chi stavo incontrando.

E nel tragitto da casa verso l’ospedale questi pensieri quasi urlano.

Giunti in ospedale, riesco ad arrivare fino al reparto in cui Matteo deve essere ricoverato. Ma rimango fuori dalla porta. Chiedo di parlare con un medico. Aspetto per venticinque minuti. Sola. Arriva una dottoressa. Sbuffa. E guardando verso l’alto mi chiede: “Lei è la mamma di Matteo? Mi dica … cosa vuole sapere?” “Non capisco dottoressa come si fa. Come si può andare a cena insieme al ristorante o al bar a fare colazione, insieme. Non capisco come si può entrare in un negozio insieme ad altre dieci, venti o trenta persone. Con persone che (dopo mesi) non hanno ancora capito come si porta una mascherina. Vedo giocatori che si abbracciano quando la loro squadra vince. E io mi ritrovo fuori da questa porta e non poter fare quello che la mia natura mi impone di fare. Matteo ha fatto il pre-ricovero da solo. Ha fatto il tampone da solo. E ora entra qui per essere operato da solo. Vorrei solo sapere se lei può dirmi come fare bene il mio lavoro oggi

Il mio tono era impotente, e forse disarmante.

La dottoressa mi ha spiegato cosa sarebbe accaduto e garantito che avrei ricevuto una telefonata appena terminata l’operazione. Bene. Ma non benissimo.

Cosi, torno a casa. Mi metto a pulire. Vado a comprare quella carne magra e buona per fare un buon bollito. Mi metto ad aspettare. E non smetto di pensare. Non sono arrabbiata, ma molto molto amareggiata.

Volete sapere qual è il mio pensiero predominante???

Perché dobbiamo dirci che per educazione talvolta non si dice. Io credo che si dica. Che si debba dire. Con educazione. Per educazione, ma soprattutto per amore.

Grazie … per avermi ascoltata.

Paola ♥

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