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I collaboratori di una mamma

by Paola Cortazzo

Ritengo da sempre molto utile il confronto e l’alleanza con tutti gli “altri” adulti di riferimento dei miei figli. Quelli che considero i  collaboratori di una mamma. Cosi, parto con un grande vantaggio. Non ho mai pensato che potessi fare tutto da sola. E a beneficiarne sono loro, i miei figli.

La classe di Martina a casa nostra

Le maestre, gli insegnanti, i professori, i catechisti, ma anche il mister al campo da calcio, piuttosto che l’allenatrice di pallavolo: sono tutte persone alle quali mi sono affidata e delle quali mi sono fidata per la crescita dei miei ragazzi.

La casa è il cuore dei valori. Si, ma poi,  mischiati e assemblati (quei valori) a quell’insegnamento che invece “spetta” agli altri, formano tutte quelle persone che si incontrano in giro, ovunque. Che poi sono i nostri figli diventati grandi. E la responsabilità di come sono, è anche un po’ nostra. Io l’ho sempre sentita come mia grande responsabilità.  Non tutta, certo, ma una buona parte. Anche per come scegliamo di interagire noi mamme, con queste persone, che ci troviamo di fianco.

I colloqui a scuola sono un vero e proprio “lavoro” per me. Per ogni anno scolastico sono almeno due gli appuntamenti che prendo con ognuno dei professori dei miei figli, ed è un “lavoro” che mi piace tantissimo, e ho il privilegio di poterlo fare tranquillamente, avendo scelto di fare la mamma a tempo pieno.  Mi piace perché mi da la possibilità di conoscere i miei figli fuori casa, cerco di capire che tipo di persone stanno diventando, se quei valori che sono la priorità tra le nostre pareti arancioni, sono anche i loro e se, se li portano dietro quando vanno in mezzo al mondo.

La classe di Matteo a casa nostra

E poi, credo che i miei figli siano stati agevolati da tutti quegli adulti che si sono trovati di fianco. Nel bene e nel male.

Nel  bene perché,  molto spesso, hanno incontrato persone che, attraverso la loro professione, danno il loro contributo al mondo, che si vede e  si sente che credono in quello che fanno. Questo non solo è piacevole, costruttivo e vantaggioso, ma mi fa pensare che al mondo ci sono tantissime persone interessanti. E meravigliose.

Nel male perché, quando è capitato di trovarsi di fronte a persone che, invece, stanno solo svolgendo un incarico, behh … in questi casi, si apprende cos’è un esempio da non seguire,  perché, a non fare ciò per cui si è portati, il prodotto finale non è mai eccellente, anche se poi,  il vantaggio esiste comunque, anche in queste situazioni: si impara la tolleranza, il compromesso e capisci nel vero senso della parola che i numeri sono infiniti … per tutte quelle volte che ti devi mettere a contare per non perdere la pazienza, e arrivare a 100, qualche volta,  non basta. Sono quei collaboratori che probabilmente non avremmo scelto, ma con i quali bisogna fare i conti.

Da mamma, certo, ho vissuto qualche momento di disagio … e ho faticato a gestire le mie emozioni …

Matteo stava facendo l’inserimento e, quella mattina, la quarta, non avevo la disponibilità di nessuno a cui lasciare Massimo, quindi è venuto con noi. E quella mattina Matteo si è messo a piangere sulla porta mentre stavo andando via. L’educatrice, con un tono di voce tranquillo, pacato, impostato, ha detto a Matteo: “Si, Matteo, hai ragione a piangere … per forza, vedi la mamma che se ne va con il tuo fratellino … a casa … e tu devi stare qui”. Avrei voluto portare via anche Matteo, ma per lui non sarebbe stato giusto. Cosi, gli dissi che sarei andata a prenderlo un po’ prima. E così è stato. L’educatrice poi, mi sono dimenticata di salutarla, perché salutato Matteo, avevo iniziato a contare … 1,2,3,4,5,6 … 15,16 … 35,36,37 … poi ho smesso perché mi dovevo occupare di Massimo.

Poi …

Sono le 11 di un mercoledì  mattina quando la scuola mi chiama per dirmi che Manuela si lamenta per il mal d’orecchio. Arriva a casa ma non è più l’ora di chiamare la pediatra, devo aspettare la mattina successiva. Cosi intervengo con una tachipirina e aspettiamo. Sono le 8.15 di giovedì e riesco a prendere la linea (ci metto sempre un sacco di tempo) però a rispondere è la dottoressa che la sostituisce, e io le spiego: “Dottoressa buongiorno, Manuela da ieri lamenta un forte mal d’orecchio, le ho dato la tachipirina ma sembra non voglia passare, si è lamentata per tutta la notte.” E lei mi risponde: “ Ma ha febbre la bambina?” “No” rispondo. Allora lei aggiunge: “Vabbè, dovrò vedere la bambina. Me la porti alle 10.30” Io: “La ringrazio dottoressa, ma riuscirebbe a darmi un  altro orario … questa mattina ci saranno i funerali di un mio parente  a cui vorrei partecipare …” La sua risposta: “Ehh … signora, io sono piena, non posso seguire gli orari di tutti … aspetti … si, dai, me la porti subito che la guardo”. Cosi, quasi in pigiama, andiamo a conoscere la nuova dottoressa, che, visita Manuela, e mi dice: “Niente di grave, continui con la tachipirina per il dolore e poi le metta queste goccine tre volte al giorno” “ Va bene, grazie” Gentile la dottoressa, io porto a casa Manu e vado al funerale. Arriva il venerdì pomeriggio e Manu si sveglia dalla nanna con l’orecchio che gocciola qualcosa di incolore e inodore. E tanto male. Ma sono le 17.00 di venerdì. Il numero della pediatra a quest’ora è inattivo, quindi vado in farmacia, avranno un consiglio per me … tipo “chennesoio” cambiare la tachipirina con il nurofen … mah … vado. La farmacista, alla quale spiego quanto avvenuto (che mi conosce da tempo),  mi consiglia di portare immediatamente Manuela al pronto soccorso “Potrebbe avere rotto la membrana” mi dice, e io che non pensavo potesse essere così “grave” ovviamente porto Manu al ps. Subito. E dopo quasi quattro ore a gonfiare palloncini e a colorare, scopro che non è niente di grave, in realtà sembra che di rotto non ci sia proprio niente, ma meglio passare all’antibiotico. Così Manu inizia a segnare le crocette (tre al giorno) sul calendario, ogni volta che prende quella medicina, che è anche buona (dice lei). Poi arriva il lunedì mattina, quando finalmente riesco a parlare con la “mia” pediatra e alla quale spiego la situazione, tutta la situazione e lei mi dice: “Signora, innanzitutto la mia collega è stata anche troppo buona con lei … io le avrei detto che se fosse venuta alle 10.30 bene, altrimenti niente visita”. E poi aggiunge che ho anche trovato chi non ha voluto assumersi la responsabilità di darmi un consiglio, che però avrebbe potuto (e forse dovuto) spiegarmi che la terapia che mi era stata data era quella giusta, e che stava semplicemente avvenendo ciò che doveva avvenire per l’effetto di quelle goccine.  E poi che è stato dato l’antibiotico, anche se poteva essere evitato. A quel punto mi è tornata in mente la stessa “mia” pediatra, quando insieme a me, durante un classico controllo, ha spiegato a Manuela che a lei il ciuccio non serviva più, e che sarebbe stato bellissimo regalarlo a quei bambini più piccoli che non l’avevano. Così da quella sera Manu non ha più avuto il ciuccio. Probabilmente le giornate storte non capitano solo a me, e magari non sono l’unica persona che rischia di farsi suggestionare dalle circostanze, a volte scomode, che ci capitano di continuo e che poi, possono influire (anche negativamente) in ciò che facciamo. Non fosse stata la “mia” pediatra, magari non la vedrei cosi, ma conosco anche la persona che sta sotto quel camice, per cui scelgo di continuare a fidarmi di Lei, con piacere.

Si, direi che l’alleanza funziona. E meglio. Mi trovo molto meglio quando al mio fianco scopro persone con le quali, solo con l’ascolto reciproco, si entra in empatia. Ci si intende. Ci si aiuta. E si diventa più grandi insieme. E mi sono resa conto che, molto spesso, i risultati raggiunti sono determinati da come scegliamo di impostare i nostri rapporti interpersonali. E se parto da me, mi facilito le cose. Quasi sempre.

E’ triste invece,  quando mi accorgo che sono solo un compito da eseguire, e che le persone che incontro, che siano educatrici, pediatri, o chiunque altro, non impiegano quel poco tempo che basterebbe  per capire che a volte, una mamma, che sta imparando strada facendo, ha solo bisogno di alleati. Persone che, grazie alle loro competenze (a cui ci si affida), possono facilitare il compito di una mamma, e fare la differenza.

Alcune cose sono sotto il mio controllo, e le posso gestire. Posso scegliere come guardare le situazioni fatte dalle persone. E soprattutto, guardare le persone. Altre volte, il controllo non è possibile averlo, e se mi trovo davanti un’educatrice che non ha aggiunto la sensibilità che poteva nei miei confronti a quel tono pacato, o un dottore che non ha trovato il tempo di spiegarmi cosa può succedere  con due goccine, posso solo, ancora una volta affermare che, quando si pensa che non si ha più niente da imparare, è perché non si è imparato ancora abbastanza. E mi metto a contare.

Non possiamo sceglierci i nostri collaboratori, noi mamme. Possiamo scegliere il modo di collaborare. Questo si.

Vorrei continuare a parlare con voi e raccontarvi di altre categorie di persone che in maniere diretta e/o indiretta, si interfacciano con le mamme … I nonni, gli zii, gli altri genitori,  le altre mamme … ma … sarà fatto in un altro articolo.

Ora … Vi abbraccio

Paola ♥

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